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Yoga, danza ed estetica da festival

Oggi parliamo di estetica da festival nel ballo e nello yoga, e di vibes mistiche. Di cosa sto parlando? Qui sotto un moodboard che sono certa ti darà un idea, ma intanto se hai voglia ti lascio una playlist di suonini e cassa dritta da ascoltare mentre leggi. Mettiti comod* che è un po’ lunghina.

Festival vibe e l’estetica delle pratiche olistiche

Io a priori non ho problemi con il concetto di maschera. Non trovo che comporti “falzità”. Le maschere da sempre vengono utilizzate a scopo rituale, per fare spettacolo, per provare ad indossare per gioco i panni degli altri. Che questi panni siano quelli di una sexy sacerdotessa zingara coperta di macramé che danza scalza davanti a un tamburo, di uno zombie in total black e occhiali neon pink incollato a un muro di casse o di un cosplayer Disney a Los Angeles, per me potete fare quello che ve pare. Penso sia però interessante osservare più da vicino come

l’estetica e la vibe tribal chic, associate a pratiche neo-ritual-spirituali, rischi di risultare escludente,
un cincinin neo coloniale e spesso sfacciatamente capitalista.

Cosa intendo per pratiche neo-ritual-spirituali? Intendo festival come quello dei Visionari, lo Shakti Festival di Wildflower Mood, Wanderlust, il fù locale di Lambrate “The sanctuary”, le cerimonie del cacao e le pratiche “sciamaniche” edulcorate in salsa occidentale. E se sei una collega a leggermi: Vai tra. Anche io campo vendendo sogni ed esperienze di riconnessione con se stess*, gli altri e la natura. Anche io ho lavorato a Wanderlust, anche io offrirò una cerimonia del cacao a Ibiza guidata da Esmeralda in persona, anche io ho partecipato a teacher training di yoga pieni di mandala fiorati indossando l’unico toppino bianco che ho per farmi fotografare da un fotografo olistico. Non sto scagliando nessuna pietra, solo osservando la realtà. Lo facciamo insieme?

Di energia, vibrazioni, vibe ed estetiche

Secondo Mitch Therieau, la definizione di vibe è “un giudizio estetico che evoca identificazione e condivisibiltà”. Presi insieme, vibe, atmosfera, mood ed energia formano una sorta di sistema filosofico. Filosofi come Theodor Adorno e Herbert Marcuse ci avevano visto lungo sostenendo che il progresso tecnologico avrebbe migliorato il nostro stile di vita (quantomeno in Occidente) ma ci sarebbe costato caro. Secondo l’interpretazione di Therieau, viviamo in un sistema politico-economico che fornisce abbondanza materiale ma risucchia il significato esistenziale dalla vita, inibendo le strategie di resistenza. In un mondo razionale e strutturato non ci sono misteri, meraviglia, vibe o atmosfere cool.

La sensazione di iper-connessione che satura la vita online contemporanea è poco olistica e molto omogenea nella migliore delle ipotesi, paranoica nella peggiore.

È la sensazione di quando gli algoritmi ci mostrano più o meno sempre le stesse cose: appena abbiamo finito di guardare un video, un altro molto simile viene messo in coda. Ad ogni capodanno Spotify ci svela la nostra “aura musicale” e genera playlist che si allineano ai nostri gusti. Le stesse pubblicità ci seguono da un sito all’altro e da un dispositivo all’altro. Ogni ambiente digitale ci sembra coerentemente familiare. 

Il content è disponibile per qualsiasi genere e gusto. Così come l’energia.

Quando vedo (o vado a) questi festival in cui le ragazze hanno il viso dipinto di motivi geometrici e vestono macramé bianco, dove i maschi portano i capelli lunghi raccolti in un man bun e la barba folta, dove chi guida la pratica è mascherata da Esmeralda-rientrata-dall’Erasmus-in-“Rituali e Cerimonie”-in-Perù, non posso che pensare a quello che Priscilla De Pace definisce “un canone estetico ripetitivo e convenzionale. Una forma di alienazione collettiva in cui ognuno è un frammento sostituibile di un moodboard, la foto ricordo perfetta dove la folla è nascosta dietro l’obiettivo mentre si viene immortalate di fronte a un panorama mozzafiato”. Ci vedo tanta performatività un po’ vacua (nonostante le buone intenzioni) e un canone estetico un po’ limitato e limitante.

Il capitalismo si è appropriato della magia

Le pratiche neo-ritual-spirituali si spacciano per forme di resistenza alla società capitalista e consumistica in cui viviamo. Ma a mio avviso si tratta di forme di resistenza un po’ miopi, concentrate sull’individuo e prive della dimensione politica e collettiva necessaria al vero cambiamento, per tutt*. Una resistenza performativa, che non mette veramente in discussione i presupposti della società capitalista occidentale. Un “se non puoi batterli unisciti a loro” che fa sì che il sentimento di connessione passi quasi esclusivamente dall’avere lo stesso look, dal comprare gli stessi abiti, cristalli, tappetini, completini, dal partecipare a festival e rituali mutuati da società tribali considerate più pure. 

La designer Elizabeth Goodspeed lo chiama moodboard effect: siamo tutte uguali nel nostro macramé, che innalziamo a lifestyle.

Prodotti che evocano magia, ma per chi? Una volta vibes, atmosfera, mood ed energia erano le parole d’ordine della controcultura. Tra gli hippy, gli scappati di casa e i viaggiatori psichedelici, rappresentavano sensazioni forti difficilmente spiegabili. Oggi questo vocabolario si è diffuso al di fuori della controcultura, con i manager della Silicon Valley che parlano di energia, gli scrittori del New York Times che evocano vibrazioni divine, i venture capitalist che investono nelle app di astrologia. Il mistero è per tutti, quindi per nessuno in particolare.

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Si tratta della danza infinta tra controcultura e capitalismo: le sottoculture giovanili sviluppano una sensibilità, i brand se ne appropriano e la rivendono sia ai giovani che agli altri. Oggi spopola il consumismo basato sulle vibes, sulla positività stregonesca, sui cristalli curativi. E Therieau si chiede perché questa sensibilità, che evoca visioni sia “acid cool che New Age kitsch”, sia esplosa proprio adesso.

Secondo me per due motivi:

1. È evidente che il sistema si sia inceppato un’altra volta. Se negli anni ’60 gli hippie rifiutavano il capitalismo, la nostra generazione si indigna nel doverne soffrire i contro senza poter approfittare dei pro. Non possiamo comprarci la casa col giardino e allora daghe di festival e viaggi. Guadagniamo a mala pena per pagare l’affitto e allora suvvia concediamoci un completino cool per fare yoga. La psicoterapia costa troppo e allora meditiamo col cristallo rosa per calmarci.

2. Come dice il buon Byung-Chul Han, i riti sono scomparsi. Secondo lui “i riti di passaggio strutturavano la vita in stagioni. Senza la fantasia della soglia, senza la magia della soglia, esiste solo l’inferno dell’eguale. Sempre più quegli spazi di ritualità in cui sarebbero possibili delle digressioni giocose e festose, vale a dire gli spazi dell’eccesso e della stravaganza che si distinguono dalla quotidianità profonda, vengono erosi.” Io completerei la sua osservazione dicendo che noi Millennial e Gen Z stiamo provando a colmare il vuoto con l’unico stile di vita di cui abbiamo mai fatto esperienza: quello capitalista. Sono tornati gli equinozi e le lune piene, mercurio retrogrado, le cerimonie “blessing way” pre parto e con loro tutto un corollario di beni e servizi da acquistare per accedere alla magia ancestrale del rito.

Allacciamo le cinture e facciamo entrare l’appropriazione culturale

In occidente, parlare di appropriazione culturale non piace a nessuno. Non piace alle insegnanti di yoga, non piace alle cerimoniere del cacao né ai facilitator di danza estatica. Non piace a chi vende a caro prezzo le cerimonie di ayahuasca né ai guaritori olistici. Non ci piace perché è un argomento spinoso, perché il confine tra omaggiare una cultura e farne un uso predatorio è molto sottile. Non ci piace perché presuppone di rimettere in discussione noi stesse, le nostre pratiche e il lavoro che paga le nostre bollette e i nostri affitti. Non sarà questa la newsletter in cui parliamo di appropriazione culturale nello yoga (ma se vi interessa la prospettiva BIPOC, se ne occupano @susannabarkataki e @tejalyoga), ma la affronteremo dal punto di vista estetico della sexy sacerdotessa zingara e dei suoi nuovi riti. Byung-Chul Han sintetizza bene la situa affermando che 

“la globalizzazione de-localizza la cultura […] abbattendone i confini spaziali, facendoli implodere.”

La cultura si digievolve quindi in ipercultura e diventa consumistica. L’estetica boho chic e tribal chic che spesso è associata ai festival “conscious” è legata a doppio filo all’appropriazione culturale: le sue influenze stilistiche pescano a piene mani nelle tradizioni indigene, indiane e romaní. Noi occidentali siamo stufi della nostra cultura razionale e individualista e, alla ricerca di spiritualità e autenticità peschiamo a piene mani dalle tradizioni culturali di popolazioni considerate più “semplici” e “pure”. Potremmo pescare dalla nostra tradizione spirituale cristiano cattolica, ma quello fa boomer. Fa perpetua che va a messa, fa catechismo il sabato, fa mensa delle suore che faceva schifo, fa Emanuela Orlandi e tutte le ombre della pedofilia nella Chiesa.

Potremmo pescare nella nostra tradizione cristiano cattolica ma, siccome ne conosciamo le ombre, ci viene più facile idealizzare le luci delle tradizioni spirituali altrui. Ma si tratta di un’abbaglio, esse ci appaiono più “semplici” e “pure” semplicemente perché le conosciamo solo superficialmente e questo ci permette di selezionarne in maniera strumentale gli aspetti che ci piacciono di più.

Potremmo pescare dalla tradizione psichedelica occidentale, calarci un acido o un cristallo di MD, ma ormai siamo tutti un po’ più borghesi e spaventati responsabili. Farsi un acido fa tossico e fa paura, ma spendere 200€ per una cerimonia con mama ayahuasca, guidata da due cerimonieri bianchi che hanno mollato la loro carriera in Deloitte per trovare se stessi in Sud America, investendo in Bitcoin e sostituendo la cocaina con la più nobile sacra pianta, quello è ok.

La cerimonia di fine corso di uno dei miei Teacher Training a Bali

Il bue che da del cornuto all’asino?

Ne è uscito un essay lungo, denso e sicuramente dibattibile, ma giuro che non vuole essere un j’accuse alle mie colleghe di pizzo vestite. In primo luogo perché al netto di appropriazione e capitalismo è sicuramente più sano bere cacao che non disfarsi di gin tonic e MD ogni fine settimana. E poi perché, in caso vi fosse sfuggito finora, questa non è una rivista culturale ma una campagna di mail marketing che fa parte della mia content strategy per, udite udite 😅, vendere le pratiche e i viaggi che offro come insegnante di yoga e mover. A fine ottobre andremo addirittura a Ibiza a incontrare una dea che ci farà bere cacao, cantare mantra e ballare sotto le stelle, ma proprio per questo penso che questi temi riguardino intrinsecamente tutto il settore olistico e andrebbero discussi a livello collegiale.

Ecco, se dev’esserci un j’accuse, parte ora:

Com’è possibile che in Italia abbiamo centinaia di scuole che offrono teacher training, festival più o meno commerciali, riviste e fiere di settore, lobby e corporazioni (es. Yoga Alliance) ma non esiste una tavola rotonda che parli di questioni un po’ più spesse, culturali e trasversali? 

Io voglio parlare di appropriazione culturale proprio perché sono ben conscia di camminare sul filo del rasoio con il mio mestiere. Voglio parlare di inclusività e di corpi perché sono i dati a dirci che la maggior parte delle insegnanti di yoga nel mondo sono donne bianche, magre e abili. Voglio parlare di capitalismo perché tante di noi vestono solo leggings e completini costosi e perché alcune di noi campano di adv per brand che promuovono la diet culture a colpi di biscottini dietetici (no, non me la sono ancora messa via questa e dubito lo farò). Vorrei che ci fosse più dibattito attorno a questi temi, che non si distinguesse solo tra “vecchia scuola” e “nuova scuola”, tra tradizione e modernità, tra gli integerrimi dell’hatha e i cafoni del power. 

Vorrei che il mio settore fosse popolato da meno competizione e più condivisione. Vorrei che parlassimo del fatto che una grossa fetta degli operatori e delle operatrici dell’olistico promuovono costose soluzioni sfacciatamente antiscientifiche a problemi reali e pensano che i vaccini facciano più male che bene. Vorrei che fosse sconsigliato aprire una ASD “senza scopo di lucro” per pagare meno tasse (ma vedersi poi costrett* a partecipare alle yogiadi per giustificare la società sportiva come tale), vorrei che fosse disincentivato il lavoro nero e le paghe misere che gli studi corrispondono alle/agli insegnanti. Ma sto divagando.

In conclusione

Per tornare alla vibe economy, che si scelgano le droghe, la filosofia mistica o il sublime in natura, mi sembra evidente che non sarà una vibe a salvarci dal capitalismo e dal burnout. Ciò che un’atmosfera/un mood/un tipo di energia ci può dare è una nuova sensibilità e nuove tecniche e pratiche che ci aiutino a sopravvivere al momento presente, indipendentemente da quanto duri.

Ciò detto, visto che tanto qui non siamo sui social ma a casa mia, vorrei concludere con una nota un po’ meno democristiana in tema di party e festival. Secondo me sarà sempre più egalitario e inclusivo un rave di 12h con la gente vestita male (sì amio, di noi si possono dire tante cose ma non certo che siamo belli da vedere 😅), l’ingresso gratuito e l’unico, vero cristallo dell’amore, che una festa in maschera a tema “Esmeralda va in Perù” che costa 70€ in early bird.

Rave on. 🤘

Fonti:
Cosa sono le vibes? – Priscilla de Pace per Canale di Venti
L’estetica del Coachella – Mina Le
Estetica ego e capitalismo – Alice Chapelle
MITCH THERIEAU – Vibe, Mood, Energy​

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