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International Yoga Day: lo yoga è politico?

Il 21 giugno è l‘INTERNATIONAL YOGA DAY, ricorrenza nata come strumento del nazionalismo induista. Trovo interessante che qui da noi ci si preoccupi molto dell’appropriazione culturale degli occidentali sulla cultura indiana, ma non abbastanza di come l’élite indiana presidi quella cultura per mantenere in posizione subalterna i gruppi minoritari. 

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Il primo ministro indiano Narendra Modi guida la pratica in occasione del primo International Yoga Day, istituito dall’ONU su sua iniziativa nel 2015.

La più grande democrazia del mondo? 🇮🇳

Con una popolazione di 1 miliardo 400mila persone, l’India viene spesso definita “la democrazia più grande del mondo”, ma lo è davvero?

Lo stato Indiano si fonda sulla sanguinaria partizione del 1947: Quando gli inglesi se ne andarono, il Paese separò due aree: il Bangladesh e il Pakistan e decise che tutta la sua popolazione muslmana avrebbe dovuto spostarsi lì, e che l’India sarebbe rimasta per gli hindu. All’epoca la popolazione musulmana era il 25% del totale: fu una carneficina.

L’esperto d’Asia Matteo Miavaldi spiega che “L’India agli hinduisti è il messaggio della galassia dei gruppi ultrahindu, componente politico-religiosa prevalente all’interno del partito di Narendra Modi. È la dottrina dell’hindutva, il suprematismo hindu secondo cui l’India è la casa degli hindu, e basta. […]

Oltre all’odio intercomunitario incoraggiato da personaggi vicinissimi o organici all’amministrazione Modi, il tasso di disoccupazione continua a essere altissimo e l’India è il primo paese al mondo per sospensione della rete internet ordinato dallo Stato, specie nella regione del Kashmir – a maggioranza musulmana. Secondo Access Now, l’India nel 2021 ha spento internet 106 volte; al secondo posto, il Myanmar, con 15 volte.”

I corrispondenti locali scrivono di repressione del dissenso, persecuzione dei dalit (la casta degli intoccabili), propaganda cinematografica, raid mirati dell’agenzia delle entrate alle redazioni indipendenti, arresti e incarcerazioni arbitrarie di decine di attivisti, giornalisti, poeti e scrittori invisi al governo e non ultima, la strumentalizzazione dello yoga.

Jaipur, 2014

Lo yoga come strumento politico

La giornata internazionale dello yoga nasce su iniziativa di Modi, in un tentativo di promuovere una pratica che in patria è percepita come hinduista e di reclamare potere su un’industria che in Occidente vale miliardi di dollari. Per il partito di Modi, l’osservanza della Giornata internazionale dello yoga è un veicolo di nazionalismo culturale, commercializzazione della tradizione yogica e sottile coercizione verso i cittadini non hindu (anche se la proposta di rendere lo yoga obbligatorio nelle scuole indiane è stata rifutata dalla corte suprema indiana). Non a caso, uno dei partner di Yoga Festival è l’unione induista italiana.

Questo dibattito sullo Yoga Day ci interessa perché si innesta nelle controversie internazionali su cosa sia lo yoga e a chi appartenga.

Secondo il governo indiano, lo yoga è un’antica “disciplina spirituale indù che porta salute e conduce all’unione della coscienza individuale con quella universale”, generando libertà, in sanscrito “mukti, nirvāna, kaivalya o moksha”. Questa definizione (che è quella che generalmente si insegna anche agli stranieri) è secondo alcuni studiosi molto ristretta anche nel campo stesso delle tradizioni hindu, per non parlare dell’evoluzione della pratica in altre popolazioni nell’ultimo secolo. 

Andrea Jain lo definisce “Un tentativo di definire lo yoga in termini di identità nazionale e religiosa anacronistico, visto che le ricerche dimostrano che lo yoga non è mai stato un sistema statico e unificato. Piuttosto, è variato nelle sue forme premoderne e moderne, caratterizzate da pratiche, idee e obiettivi diversi, apparsi sia all’interno che al di là delle tradizioni indù e dei confini dell’India, a loro volta costruiti molto tempo dopo l’emergere storico dello yoga e la maggior parte della sua storia.”

Tutti i tentativi di definire lo yoga in modi che lo releghino all’interno delle identità indù o indiane e di conseguenza al di fuori delle altre, sono problematici.

Le ricerche storiche e antropologiche, in particolare il lavoro di Mark Singleton, dimostrano che lo yoga posturale moderno nasce in risposta alle tendenze transnazionali dell’inizio del XX secolo, tra cui i calisthenics militari, la medicina moderna, la cultura fisica di ginnasti, bodybuilder e contorsionisti. I metodi e obiettivi specifici di quel periodo storico: la salute, la riduzione dello stress, la forma fisica e il benessere generale, non sarebbero stati considerati yoga prima del ventesimo secolo.

Not all westerners, not all Indians

C’è chi si appropria, c’è chi esclude. Vi riporto qui sotto un’opinione interessante della giornalista indiana Prachi Patankar, che commenta l’appropriazione culturale statunitense e l’esclusione in patria.

“Il mio feed di Facebook si è riempito di post e articoli sullo yoga negli Stati Uniti. È frustrante leggere di come gli americani di origine asiatica trovino “traumatizzante” il modo i cui i bianchi insegnano e fanno yoga. Sono cresciuta in un villaggio a otto ore da Mumbai. Per chi come me è nata nell’India rurale, da una famiglia di contadini Bahujan (di casta inferiore), lo “yoga” era qualcosa di molto distante. Qualcosa che apparteneva alla cultura dell’alta borghesia brahmanica dell’India urbana. […]

Radicate nell’induismo sciovinista di certi settori della minoranza di casta superiore, queste voci rivendicano lo yoga come una loro cultura omogenea, in un modo che tralascia caste, classi, diversità religiose e le ingiustizie dell’Asia del sud. […]

Né lo yoga, né l’induismo contemporaneo sono antichi o omogenei. Entrambi sono stati assemblati nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, in interazione con le realtà coloniali britanniche. Pankaj Mishra sottolinea che molti indù di casta superiore erano felici di collaborare con gli inglesi nel plasmare un ‘induismo unificato’ sanscrito, sotto l’egemonia dei bramini.”

Not all westerners, not all Indians

Cito da un articolo di una rivista spirituale: “La retorica di pace di Modi risulta particolarmente farlocca dato che il suo curriculum politico è pieno di violenza di castaetnonazionalismo e autorizzata dallo stato. A livello globale, la consapevolezza e lo yoga sono stati a lungo utilizzati dalle élite per rendere personali problemi sociali, promuovere l’escapismo pur mantenendo lo status quo.” Tipo la grande azienda che paga il corso di mindfullness per aumentare la produttività dei dipendenti. 

“Se ci limitiamo al modello new age di self care che pervade l’industria dello yoga, lo yoga continuerà a essere dominato da modelli individualistici che rafforzano la cultura dominante. In alternativa, possiamo scegliere di lasciare che lo yoga sia uno strumento di compassione e connessione. Alla fine, come dice Doniger, ‘per alcune persone lo yoga è una meditazione religiosa, per altri un esercizio di routine, e per altri entrambi. È una costruzione ricca, multiculturale, interdisciplinare, lontana dalla linea pura che i suoi aderenti spesso rivendicano per essa’.”

Fonti e approfondimenti

Podcast “Altri Orienti“: Ep. 11 – “La democrazia più grande in del mondo è in pericolo”.

Matteo Miavaldi su Valigia Blu – “Ha ancora senso considerare l’India di Modi ‘la più grande democrazia del mondo’?”

Andrea Jain su Quartz – “On International Yoga Day, yoga is just politics by other means”

Prachi Patankar su jadaliyya.com – “Ghosts of Yogas Past and Present”

Dhanya Addanki su sojo.net – “How appropriation of yoga masks violence”

Sonia Faleiro su Rest of the world – “Fact-checking Modi’s India”

Yogitimes.com – “Yoga industry statistics, facts, demographics & infographic

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