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Vivere nel disagio: l’estetica del malessere

Ciao!
Quante volte hai detto “Sono pieno”, “sono rasa”, “che disagio”, “bene ma non benissimo”, “sono in affanno”… 

Ma quando mai non siamo stat* in affanno?

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Mia madre, che è cresciuta in una campagna à la Ermanno Olmi dove non sapevano se sarebbero riusciti a mettere insieme il pranzo con la cena, direbbe che i problemi sono altri. Mio padre, dopo avermi lasciato in eredità intere costellazioni famigliari d’ansia, con l’età mi fa beffa di risultare più ottimista di me rispetto al futuro.

Il bias però è che i miei sono diventati adulti nell’epoca della crescita e della speranza, quando bastava un diploma per ottenere contratti manageriali blindati ab aeternum e si estingueva in anticipo il mutuo sulla villetta (che comunque era decennale, non da 35 anni).

Ora c’abbiamo la laurea, il master, la gavetta di 10 anni e siamo qui a piangere miseria con degli stipendi più bassi rispetto a 20 anni fa (peggio di noi solo la Grecia, ma la crisi abitativa riguarda tutt’ Europa). Le sicurezze sociali sono un’utopia anche per i salariati e le partite ive crescono, rimpolpando la classe degli imprendicarigli imprenditori precari.

Raffaele Ventura, ci definisce “classe disagiata”, teorizzando la condizione del ceto medio cresciuto nell’agio e divenuto adulto nel disagio: “troppo ricchi per rinunciare alle aspirazioni ma troppo poveri per poterle realizzare. E quando il conflitto tra realtà ed aspettative produce il veleno del risentimento, il malessere diventa uno stile di vita

L’estetica del malessere

Il nostro è un disagio pre-apocalittico e generazionale, che si ritrova in tantissimi prodotti culturali, mediatici e di moda. Instagram è pieno di pagine di meme o di illustrazioni che veicolano quella che Claudia Attimonelli chiama “estetica del malessere“. Tipo la vita da ufficio tritacarne ma ironica di Cose Brutte Impaginate Belle o i meme caustici di Madonna Freeda.

Disegnetti Depressetti sulla cute depression ci ha costruito un brand internazionale di illustrazione, Manifesti Abbastanza Ostili crea i poster per le nostre piccole case resistenti, Bestemmiare Aiuta fa le T-shirt, i calzini e le tazze, Insulti Luminosi i neon imbruttiti. Poi c’è l’universo social e letterario di Normalize Normal Homes, che Gaia Spizzichino usa per dare voce al disagio esistenziale dei millennials (due post su tutti: il gioco dell’oca millennial e l’elegia della casa degli adulti).

Da dove arriva l’estetica del malessere?

Ironia della sorte, dagli anni ’70. Che secondo la nostra narrazione furono il trampolino di lancio per la generazione dei nostri genitori, il momento in cui stavano per vincere alla lotteria della vita adulta. Ma come sempre la realtà è più sfumata di quel che sembra.

Claudia Attimonelli, in “Estetica del Malessere” dice:

“Dopo essersi innamorata dei corpi danzanti sotto il sole dei festival degli anni ’60, la gioventù del decennio seguente sperimentò la messa in scena del dissidio totale, nei luoghi bui e sudici delle scene punk e post punk.

La provocazione attraverso la noncuranza, l’errore, la confusione dei generi sessuali, vestimentiari e musicali, l’artificio della posa, l’inautenticità del trucco sono alcuni elementi della sintassi glam e punk. […] Negli anni ’90 fu il grunge di Kurt Cobain ad essere portavoce di una rabbia priva di scopo, resa ancora più atroce dalla consapevolezza di tale condizione.

Con l’esplosione della cultura audiovisuale degli anni ’80 e ’90 l’immaginario del disagio ha proliferato fino a essere percepito come comune, ordinario. L’estetica della fuga, lo scomparire nei luoghi bui della dance culture, consumandosi nell’hic et nunc senza proiezioni future. 6c35b6.”

Disagio 2.0

Se nell’epoca pre internet i mass media veicolavano i codici culturali e controculturali (dark, punk, grunge, hardcore, emo), oggi gli algoritmi cuciono per ognuno di noi una bolla culturale ed estetica personalizzata.

Tumblr, My space, Facebook e poi Instagram e TikTok hanno contribuito a mettere in evidenza gli espetti più estetici e glamour del disagio. Lo smalto sbeccato, i jeans strappati, il nero in tutte le sue varianti, i teschi, l’eye-liner sbavato. Su Instagram e TikTok alle immagini si possono anche abbinare canzoni, sticker e gif a tema. Ve la ricordate la Sad Girl Aesthetic che imperversava su Tumblr negli anni ’10? E l’heroin chic anni ’90 che ritorna regolarmente alla faccia della body positivity? Se avete una mezz’ora da perdere potete curiosare qui tra tutte le estetiche dell’internet.

Come esorcizzare il disagio, a parte lamentandosi

Il nostro disagio generazionale deriva dall’incombenza di quel “NO FUTURE” che i punk avevano già previsto negli anni ’80. Ma come si esorcizza thanatos, la pulsione di morte?

Dalla notte dei tempi, la morte si esorcizza con i riti collettivi e con la spiritualità, oggi come allora. E qui ti invito a scardinare le definizioni di “rito” e di “spirituale” dalla cornice cattolica old school in cui la gran parte di noi è cresciuta e a lasciarti prendere per mano dal mio sociologo raver preferito:

Da Tecnomagia di Vincenzo Susca: 

“[La società capitalista che abitiamo] è incurante dell’ammasso di rovine che sparge dietro di sé, le cui sostanze sono il razionalismo, l’individualismo, il valore del lavoro e l’ideologia del progresso. La danza è il più potente dispositivo di resistenza contro le strategie di mortificazione e irregimentazione della vita collettiva. Condensa e coordina la gioia di vivere, accoglie il formicolio del corpo consentendogli di ricrearsi e di ricreare il mondo. […] La crisi che da alcuni decenni incombe sull’Occidente è anche, forse soprattutto, indotta dalla diffusione del corpo sociale di uno spirito del tempo che differisce dal ritmo della modernità. 

L’insorgenza di nuove dinamiche associate al qui ed ora, così come di pratiche rispettose dell’ambiente, sensibili nei confronti di tutte le dimensioni non umane dell’esistenza, reca in sé, in effetti una temporalità inconciliabile con la marcia del progresso. Gli fa da contraltare un brulichio culturale coagulato in una successione di abbracci, fusioni ed effusioni. Vibrare all’unisono, condividere una passione, giocare e distrarsi senza alcuna finalità politica o produttiva che non sia il gusto di essere insieme costituiscono le fiamme della socialità contemporanea.”

A voi cosa viene in mente? A me le nostre pratiche di gruppo, il surf, le nostre avventure outdoor e yoga e i retreat. Magari a voi viene in mente il corso di ballo che state seguendo, le prove del coro, il modellare ceramica o disegnare insieme alle vostre ame, le camminate su per le montagne, i tarocchi. A Susca viene in mente il rave 😅. Ma anche se non ti piacciono le pastiglie amare, seguici in questo ragionamento che è interessante:

Quello dei raver è il gesto apotropaico per eccellenza: danzare sulle rovine, l’estasi nel cuore della distopia.

La danza elettronica corpo a corpo, al suono delle macchine, con il sudore che gronda da te a me e da noi a terra, è al contempo una performance e la prova antropologica, sociologica ed estetica più lampante del ritorno, sotto nuove vesti, di una condizione nella quale la vita risiede in ciò che si perde non ciò che si guadagna, nello spreco e non nell’accumulo, nelle lacerazioni, nelle contaminazioni, nelle macchie, nelle ferite, nelle cicatrici, nella precarietà anziché nell’ordine, nella stabilità, nell’armonia, nella pulizia.

Ai Rave non andiamo solo a divertirci ma a farci a pezzi […] Sfondare la corporeità dell’individuo per sintonizzarlo su uno spazio tempo diverso da quello normale e normativo, sciogliendolo in qualcosa di più grande di sé: la tribù, la scena, la musica. Cristallizzando in un immaginario onirico, sensuale e festivo la mancanza di investimento nel futuro. La sfiducia nei confronti del domani e del progresso è compensata dall’intensità dell’istante vissuto e dal calore del ballo, riducendo le distanze tra persone.

La fuggevolezza dell’essere come l’unico e l’ultimo modo di vivere intensamente. Altrove, d’altra parte, la precarietà del lavoro, il trasformismo, il gioco di maschere, il vagabondaggio da un amore all’altro e tante manifestazioni affini sono indizi di un modo di esserci calibrato sulla mutevolezza di tutte le cose, uno stato di liquefazione, un divenire molteplici.

In un paesaggio scandito da accelerazioni, metamorfosi e shock radicali, le forme della cultura elettronica privilegiano l’intensità della pista, la notte infinita, la successione di istanti, i fuochi fatui e le frivolezze piuttosto che esperienze solide e durature, assecondando un modo di esprimere la profondità a partire dalla superficie.

Amo, troppo noi!

E non è forse il potere dello yoga quello di trovare significato partendo dalla superficie? Esplorare la spiritualità e la filosofia partendo dalla grana grossa del respiro e del corpo? Non è forse spirituale trovare la magia nelle piccole cose o nella natura invece che nei dogmi di una grande religione? 

Le feste si avvicinano , e io ti auguro di poterle riempiere con i tuoi riti preferiti e con le persone e le pratiche che ti aiutano ad alleggerire il disagio, fossero anche solo bere&lamentarsi.

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