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Yogi e nomadi digitali sono i nuovi colonialisti?

Milano ad agosto ha il suo fascino. Si gira bene in bici, ci sono poche macchine e nemmeno troppe persone (se si evita la linea della muerte San Babila – Piazza Duomo – Piazza Castello).

Quando vivevo tra Bali e le Filippine (ma anche a Parigi), una delle cose che mi mancava di Milano era che non c’erano turisti. La città era di chi ci abitava. Era brutta ma era tutta nostra.

O almeno così ho creduto fino al 2019, ma i dati mi stavano già smentendo: a Milano più della metà dei city users non sono residenti e il turismo è in aumento. Nonostante siamo ben lontani dalle vette di instagrammabilità dell’asse Costiera Amalfitana – Roma – Firenze – Venezia, tra le strade di Milano gli AirBnb nascono come funghi.

Milano d’estate. Giardini Pubblici Indro Montanelli, 2017

Overtourism e neocolonialismo

L’Italia, come tanti altri Paesi-cartolina, è sempre più invasa dai turisti, specialmente in estate. L’altro giorno il ministro della sanità tedesca in vacanza a Roma l’ha toccata piano, affermando che nel nostro paese si schiatta di caldo e turisticamente siamo una nazione finita. Nell’ultima puntata di Actually, un’esperto del settore spiegava come settimana scorsa si sia raggiunto il record di aerei decollati in un giorno e che in Italia il 2023 sta registrando un +30% di turismo rispetto al 2019, anno record per il turismo globale. 

È ormai qualche anno che si parla di overtourism e le tante di voi che quest’estate andranno Bali stanno per provarlo sulla propria pelle a carissimo prezzo. La verità è che siamo stati abituati ad avere tutto e ad averlo a costi bassissimi (ve li ricordate i primi voli di RyanAir a 2€?). Ma la democratizzazione del turismo ha creato degli effetti paradossali: invece che nutrire l’economia del Paese ospitante ne depaupera le risorse, svuota i centri storici dei suoi abitanti e per le destinazioni in cui i turisti si fermano solo per qualche selfie in giornata non impatta neanche sull’economia locale. 

Lavorare nel turismo in Filippine. Controversial, ma ad oggi top tre dei lavori più belli della mia vita.

E se in certi luoghi turistici italiani è ancora la norma far pagare il caffè 5€ allo sprovveduto turista giapponese, nell’isola dove vivevo nelle Filippine ho visto modificarsi nel giro di pochi mesi l’alimentazione tradizionale dei local. La comunità rurale di Siargao, che per centinaia di anni si era nutrita di pesce e riso, nel 2019 era passata al pollo. 

In una manciata di anni l’isola era diventata “famosa” e il pesce era diventato troppo costoso. Il piccolo mercato ittico del villaggio era ormai ad appannaggio esclusivo di resort e ristoranti per turisti ed expat (dove mangiavo anche io, contribuendo all’impennata dei prezzi).

Sono gli strascichi dell’imperialismo e io vorrei avere l’energia per leggermi tutta questa ricerca a riguardo che sembra interessantissima.

Noi italian* siamo vittime o carnefici?

Questa roba del turismo intensivo è una di quelle situazioni in cui noi italiani che possiamo permetterci le ferie riusciamo ad essere al tempo stesso vittime e carnefici. Per me, che ho sempre viaggiato tantissimo e che lavoro nel settore da anni, è una di quelle questioni spinose tipo il cambiamento climatico o l’appropriazione culturale nello yoga. Siamo la causa o siamo la soluzione? Qual’è la differenza di peso tra le scelte individuali e quelle politico-collettive? E mica vorrai fare la classista, che dice che si deve viaggiare solo per agriturismi ecosostenibili, fuori stagione, senza utilizzare airbnb, ostelli, catene di fast food… 

Quali sono le possibili soluzioni

Trovare la quadra non è facile, come lascia intuire questo paper, intitolato ottimisticamente “Overcoming overtourism: a review of failure”ma secondo gli esperti intervistati da Arte per il suo tg settimanale europeo le possibili soluzioni all’overtourism sarebbero:

– Distribuire meglio i viaggi su tutto l’anno
(Vai. Vai a chiedere al tuo capo di andare in ferie a marzo per tre settimane, poi fammi sapi)

– Smettere di rilasciare permessi per strutture ricettive

– Sistemi di prenotazione e ingressi limitati per le destinazioni più popolari 
(Ok, io capisco dire “no” alle crociere a Venezia, ma come razzo fai a contingentare gli arrivi su Roma, per dire? Mi fa venire in mente quella volta che le Filippine hanno chiuso un isola dall’oggi al domani, per sei mesi. Non è andata benissimissimo.)

– Alzare i prezzi
(Buongiorno classismo!!)

– Attuare strategie di demarketing per allontanare tipologie di turisti malvisti
(Tipo la campagna “stay away” della città di Amsterdam contro i turisti inglesi che vanno a fare i celibati ubriacandosi a mmerda. Non credo serva esperienza in agenzia di comunicazione per annusare il flop.)

– Creare nuove destinazioni meno famose e puntare sul turismo esperienziale e di nicchia. Che è un po’ quello che cerco di fare con le avventure di Elektro Vinyasa. Qui le prossime in cui partire insieme.

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